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Dalla fondazione agli anni '20

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L’Adda fu un tempo per Lodi, come tutti i fiumi per le città piccole e grandi che vi nascono accanto, una striscia di confine, una via d’acqua sulla quale passavano e ripassavano i giochi dell’economia e del potere, i commerci e le guerre. E Lodi, per tre secoli e mezzo, è stata città di confine, segnata appunto dall’Adda, tra il Milanese e la Repubblica veneta di S.Marco: un confine che non ha mai ceduto, anzi, proprio da qui, dopo la celebre battaglia del 10 maggio 1796, ha preso il volo il trionfale destino di Napoleone, che diede una spallata anche a tutti i vecchi confini d’Italia, ponendo le basi per la futura unificazione.

Ma perché i lodigiani osassero “passare il ponte”, approdare veramente sulla riva sinistra e conquistarla senza timori, dovette passare un altro secolo: i primi a fare il gran salto, a fine ottocento, furono i più coraggiosi, cioè gli sportivi. Si apre nel 1891, infatti, un nuovo capitolo della lunga storia d’amore tra Lodi e il fiume: la fondazione della Società Canottieri Adda.

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Nascita e giovinezza della Canottieri

In città, per merito di Tiziano Zalli - nume tutelare di quasi tutte le più importanti iniziative lodigiane, da quelle economiche a quelle filantropiche e sociali - era già sorta una delle prime società sportive d’Italia: fondata il 18 ottobre 1874, aveva assunto il nome di Fanfulla, guerriero di gran rinomanza, svelto di corpo e di ingegno; vi si praticavano ginnastica, scherma e podismo. Ma fra quegli appassionati sportivi, che praticavano la palestra allora situata nella ex chiesa di S. Giovanni alle Vigne, ce n’erano anche non pochi che desideravano cimentarsi nel canottaggio, uno sport di tradizione anglosassone (chiamato allora rowing), trasformando così in diporto e sano esercizio competitivo un’attività che era stata fino ad allora propria dei battellieri, dei pescatori e dei cavagèra.

Furono ventisei uomini, giovani di età e di spirito, i soci fondatori della sezione autonoma della Fanfulla, che prende il nome di Canottieri Adda: è il 15 aprile 1891. I ventisei benemeriti pionieri sono: Andena Luigi, Arosio Emilio, Bedoni Giacomo, Caccialanza Francesco, Cella Giuseppe, Civetta Quinto, Colombani, Albrisi Giacomo, Fraschini Leopoldo, Gariboldi Edgardo, Giovanola Sante, Groppetti Francesco, Marchi Giuseppe, Moroni Alessandro, Ongaro Giuseppe, Pater Gaetano, Premoli Giuseppe, Rovida Costante, Rudelli Massimo, Soffientini Antonio, Sommariva Ferdinando, Sordi Melchiorre, Tacchinardi Alessandro, Terzaghi Angelo, Uggè Camillo, Zalli Tiziano, Zighetti Emilio. Il primo presidente fu il prof. Francesco Groppetti, insegnante di lettere all’Istituto tecnico Bassi di Lodi. Tutti i soci appartenevano al fior fiore della borghesia lodigiana, attiva e intraprendente, di quei tempi. Ma tra i fondatori, si aggiunge subito un ventisettesimo “partner”: il Municipio di Lodi.

Il terreno per la prima sede sociale, sulla riva sinistra dell’Adda, viene concesso in uso gratuito, poi trasformato in donazione, dalla madre di uno dei fondatori, Caterina Canna: ed è su questo primo appezzamento, quasi 6.000 metri quadrati, che viene decisa la costruzione del primo chalet, in muratura e legno, nell’agosto del 1892. Costò L. 2.700, e sarebbe durato fino al 1930. È questo lo chalet che appare sullo sfondo di una foto storica, che ritrae Baini Iginio, Miglio Paolo, Miglio Francesco, Rovida Costante, campioni italiani di “veneta a quattro” nel 1899, mentre remano in piedi con impeccabili divise e impeccabile stile: sarà il primo dei molti titoli tricolori conquistati dai Canottieri lodigiani. A quei tempi per vincere un campionato italiano di veneta bisognava conquistarsi la vittoria confrontandosi prima con tutti i clubs italiani, e poi andare a sfidare i veneziani a casa loro. Ma le prime regate sull’Adda si erano già svolte con grande successo di pubblico nel giugno del 1892. La divisa sociale di parata è bianca, con striscia nera trasversale da spalla destra a fianco sinistro; identica la bandiera, che reca negli spazi bianchi gli stemmi di Lodi e di Fanfulla.

All’inizio del XX secolo l’assidua pratica del canottaggio comincia a produrre risultati di tutto rispetto: si formano parecchi equipaggi, che fanno collezione di vittorie un po’ qua e un po’ là in Italia. Ne citiamo alcuni: la Veneta a quattro di Ariano, Sala, Franchi e Bocconi; il Quattro con di Quattrini, Perozzi, Bulloni e Mora, timoniere Cristini; l’Otto con di Mora, Bulloni, Bellinzona, Dedè, Mutinelli, Sala, Baini e Quattrini, timoniere Granata. Poi scoppia la prima guerra mondiale. I canottieri abduani lasciano il remo e vanno in trincea; quattordici di loro non torneranno.

Avventure e vittorie tra le due Guerre

Nell’Italia stremata e inquieta degli anni Venti la vita riprende con fatica e impeto, e riprende anche l’attività sportiva. Nel frattempo, va sensibilmente aumentando anche il numero dei soci, che dai 121 del 1892 erano passati a 250 nel 1910, nel 1920 salgono a 350 e verso il 1930 sfiorano i 400. Fu allora che si rese opportuno, anzi necessario, ingrandire e rinnovare la sede fluviale, sostituendo il vecchio capanno in legno con un nuovo chalet in muratura, bello, ben costruito e funzionale: il progetto venne affidato al prof. Enrico Spelta e all’ing. Mario Minoia. Il costo fu di circa L.170.000 e fu coperto grazie all’aiuto finanziario della Banca Popolare di Lodi e all’impegno comune dei soci, così, anche grazie al celere lavoro dell’impresa di Emilio Guerrini Rocco, si potè arrivare in pochi mesi alla sua inaugurazione. Il socio fondatore, Costante Rovida, donò la fontana, che abbelliva il piazzale d’ingresso, e che molti fra i soci meno giovani ancora ricordano.

Nostro “Otto” in gara

Inizia negli anni trenta la stagione d’oro del canottaggio lodigiano: a Mandello del Lario, nella gara preolimpica del 1932, due nostri equipaggi si classificano al primo posto. Sono il Quattro con di Politi, Bellocchio, Rotta e De Ponti, tim. Castelli, e il mitico Otto, l’armo più spettacolare, di Acerbi, Pisati, Pastori, Soffientini, Salari, Signoroni, Abbiati e Scaramuzza, tim. Pisti, che vince anche a Como e a Torino, classificandosi secondo ai Campionati Nazionali di Stresa e primo alle regate internazionali di Lecco.

Intanto è arrivato da Piacenza l’olimpionico Angelo Polledri, figura di spicco del canottaggio italiano, che per quasi trent’anni prenderà in mano la Canottieri Adda come allenatore, costruendo campioni e inventando equipaggi di altissima caratura. Il 1933 è ancora l’anno dell’Otto: le acque di Torino, Lucerna, Napoli, Salò vedono prestigiose vittorie lodigiane. Ricordiamo che la Coppa D’Annunzio nelle categorie juniores e seniores venne consegnata addirittura da un D’Annunzio entusiasta, che rilascia un’affettuosa dedica al nostro equipaggio. La Società Canottieri, commossa, lo nomina socio onorario, insieme ad alcuni lodigiani illustri, come la poetessa Ada Negri, il giornalista volante Vittorio Beonio Brocchieri e Francesco Agello, primatista mondiale di velocità sul suo idrovolante. Un’altra memorabile vittoria fu quella ottenuta sulle acque della Senna, il 17 giugno 1934, quando l’armo lodigiano sfilò applaudito dai parigini affacciati agli storici ponti, davanti alla Tour Eiffel, dopo aver gareggiato in nome della grande Milano nel match Milano-Parigi.

Lodi riserva ai suoi magnifici campioni un’accoglienza entusiastica. La Canottieri Adda è ormai entrata nell’olimpo del canottaggio agonistico italiano, insieme a Roma, Livorno, Napoli, Como, Pallanza, Venezia, dove le sedi sono senz’altro più ampie, eleganti e ricche, mentre a Lodi le poche risorse si puntano tutte sull’impegno sportivo e i bravi equipaggi praticano il dilettantismo più puro, secondo lo spirito delle origini dello sport. La guerra d’Etiopia segna nel 1936 una battuta d’arresto per la formazione dell’Otto: Polledri supplisce mettendo in acqua un Quattro con, e poi un inedito Quattro senza timoniere, che ancora riesce a sorprendere conquistando il titolo tricolore juniores. L’anno seguente, il 1937, rimesso in piedi l’Otto con un equipaggio giovane e nuovo salvo l’esperto timoniere Congedo, inizia un appassionante duello tra l’equipaggio dell’Adda e quello dei Canottieri Livornesi, i famosi scarronzoni, tutti scaricatori del porto di Livorno che nel ‘36 vinsero l’argento alle Olimpiadi di Berlino: una battaglia che vede Livorno sempre in testa, malgrado i lodigiani si impegnino allo spasimo, in campi di gara che, allora, non erano certamente ottimali dal punto di vista tecnico.

Altri tempi, altri campioni: di lì a poco l’ombra della seconda guerra mondiale si stende sul paese, e non si parlerà più di canottaggio agonistico per lunghi anni: nella fresca sede fluviale i soci cercano di dimenticare un poco quello che accade intorno, ma anche il fiume è diviso, tra occupanti tedeschi, bande partigiane, milizie fasciste e povera gente che cerca di tirare avanti alla bell’e meglio. Anche la Sede ha il problema della sopravvivenza, nel timore che i bombardamenti aerei, i saccheggi e le devastazioni non la distruggano, e che non vada disperso un patrimonio morale e materiale che da poco ha superato il mezzo secolo di vita.

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